Haunted Guts

6 November 2005 - Letture -

Oggi vi propongo un racconto.
Si chiama Budella, ed ? tratto dall’ultima opera di Chuck Palahniuk, Cavie. Il racconto in lingua originale (Guts) ? stato reso disponibile alla lettura gratuita parecchio tempo fa dall’autore stesso, ? facile trovarlo su internet.
Ma stavolta ve lo propongo nella versione interamente tradotta in italiano.

Budella ? la prima storia che si incontra nella lettura di Cavie, nonch? l’esempio pi? lampante del genio narrativo di Chuck Palahniuk. Un doveroso avvertimento: il racconto ? molto conosciuto per essere estremamente splatter. Non sorprendetevi se durante la lettura il vostro viso si contorcer? in smorfie di disgusto. Se siete particolarmente deboli di stomaco, evitate di leggere il resto, ma sappiate che non sapete cosa vi state perdendo.
E ora procediamo. Spero che la lunghezza del testo non vi scoraggi.

Budella - Chuck Palahniuk
Inspirate.
Inalate il pi? possibile.
Questo racconto dovrebbe durare pi? o meno il tempo che riu?scite a trattenere il respiro, pi? un altro po’. Per cui ascoltate pi? in fretta che potete.
C’era un mio amico che quando aveva pi? o meno tredici anni aveva sentito parlare del “pegging”. Vuol dire quando ci si fa scopare in culo con un dildo. Pare che stimolarsi a dovere la ghiandola prostatica ti faccia avere degli orgasmi col botto. E senza mani, per di pi?. Alla sua et?, questo mio amico ? come di?re, un po’ un maniaco sessuale ed ? sempre in cerca di modi nuo?vi per arraparsi. Ragion per cui esce a comprarsi una carota e della vaselina. Per condurre, ecco, una piccola ricerca privata sulla faccenda. Poi per? si immagina al supermercato, la carota e la vaselina che scorrono sul nastro trasportatore in direzione del?la cassiera. E la gente in coda che osserva. E capisce che gran seratona si ? organizzato.
Ragion per cui questo mio amico compra latte, uova, zucchero e una carota: gli ingredienti per una bella torta di carote, insom?ma. Pi? la vaselina.
Come se si dovesse infilare su per il culo una torta di carote.
A casa smussa accuratamente un’estremit? della carota, poi la unge e ci poggia sopra il culo. E non succede nulla. Orgasmo: ze?ro. Niente di niente. Tranne che fa male. E a quel punto la madre lo chiama perch? ? pronta la cena. Vieni gi?, dice, immediatamente. Allora lui estrae la carota e la avvolge in un mucchio di indu?menti da lavare che poi ficca sotto il letto.
Dopo cena va a cercare la carota e non la trova pi?. Durante la cena sua madre ha raccolto tutti i vestiti sporchi e ha fatto il buca?to. Non esiste al mondo che non abbia trovato la carota, ancora unta di vaselina e puzzolente, arrotondata ben bene con un pela?patate appositamente sottratto in cucina.
Questo mio amico per mesi e mesi teme il peggio, terrorizzato che i genitori si decidano a parlargli. Ma non succede mai. Ancora adesso, in et? adulta, a ogni cenone natalizio, a ogni festa di com?pleanno, l’invisibile carotone aleggia su di loro. A ogni caccia al coniglio pasquale con i suoi figli, i nipoti dei suoi genitori, la caro?ta fantasma ? sempre l?, sospesa sulle loro teste.
Come qualcosa di troppo orribile per essere anche solo nomi?nato.
In Francia c’? un modo di dire che ? l’”esprit de l’escalier”, lo “spirito della scala”, cio? quando trovi la risposta che cercavi ma ormai ? troppo tardi. Per esempio sei a una festa e un tizio ti in?sulta. Vorresti rispondergli. Ma alla fine, messo alle strette, l? da?vanti a tutti, dici la prima scemenza che ti passa in testa. Poi, nel momento esatto in cui te ne vai, proprio mentre stai scendendo le scale… miracolo. Ti viene la risposta, quella giusta, quella che avresti dovuto dare. La battuta che piega le gambe.
? questo, l’”esprit de l’escalier”.
Il problema ? che neppure i francesi hanno un’espressione per definire le scemenze che in effetti ti escono di bocca quando sei sotto pressione. Quelle disperate idiozie che pensi o che fai. Esi?stono azioni talmente penose da non meritare neppure una defi?nizione. Troppo basse perch? valga la pena persino di parlarne.
Guardando la casistica passata, gli esperti di problemi infantili e gli psicologi scolastici ammettono che la maggior parte dei sui?cidi di adolescenti avvenuti per soffocamento ha avuto luogo mentre i suddetti si stavano sparando una sega. I genitori li trova?no cos?, morti, un asciugamano avvolto, intorno al collo, penzo?lanti dall’asta dell’armadio. E sperma di cadavere ovunque. Ov?viamente puliscono. Gli mettono un paio di pantaloni. Fanno apparire la situazione, come dire, meglio di quella che ?. Quanto meno intenzionale. L’ennesimo, triste caso di adolescente suicida.
Un altro mio amico, uno della mia scuola, aveva un fratello ar?ruolato in Marina che gli aveva detto che in Medio Oriente si spa?rano le seghe in modo diverso da noialtri. Questo fratello era di stanza non mi ricordo in quale paese di cammellieri e laggi? si possono comprare degli aggeggi che assomigliano un po’ a dei ta?gliacarte eleganti. Ognuno di questi aggeggi consiste di una sotti?le bacchetta di ottone o argento accuratamente levigata, lunga pi? o meno come una mano, con all’estremit? una specie di pomo di metallo, o rotondo o come l’elsa di una spada. Il fratello militare del mio amico gli ha spiegato che gli arabi prima se lo fanno veni?re duro e poi si infilano queste bacchette per tutta la lunghezza del cazzo. Poi, con l’asticella piantata dentro, si fanno una sega. Pare che cos? sia molto pi? bello. Pi? intenso.
? questo fratello maggiore che viaggia per il mondo a mandar?gli di tanto in tanto frasi francesi. O russe. O idee per menarselo meglio.
Dopo di che un giorno questo mio amico non si presenta a scuola. La sera mi chiama per chiedermi se per un paio di setti?mane posso passare a prendere i suoi compiti perch? lui ? in ospe?dale.
L’hanno messo in una camera insieme con dei vecchi che si de?vono far operare alle budella. Mi racconta che hanno una sola tiv? e che come unico divisorio c’? una tendina. I suoi non vengo?no a trovarlo. Al telefono mi dice anche che loro, potendo, am?mazzerebbero volentieri il suo fratello maggiore, quello che ? in Marina.
Al telefono mi racconta che il giorno prima, in camera sua, si stava facendo una canna sul letto. Aveva anche acceso una cande?la e sfogliando delle vecchie riviste porno gli era venuto di spa?rarsi una sega. Questo succedeva dopo che aveva parlato con suo fratello. Che gli aveva raccontato come se lo menano gli arabi. Il mio amico allora comincia a guardarsi intorno alla ricerca di un attrezzo adatto. Una penna a sfera? Troppo grossa. Una matita. Anche quella troppo grossa. In pi?, ruvida. Se non che, lungo la candela c’? una sottile, morbida striscia di cera colata che potreb?be fare al caso suo. Il mio amico con la punta delle dita la stacca delicatamente dalla candela e la modella tra le palme delle mani. Eccola l?, lunga, liscia e sottile.
Stonato e arrapato com’?, se l’infila nel buchino del cazzo e spinge bene in fondo. Dopo di che, con un bel pezzetto che anco?ra gli fuoriesce, comincia a spipparsi.
A tutt’oggi il mio amico giura e stragiura che questi arabi non sono niente scemi. Hanno praticamente reinventato la sega. Lun?go disteso sul letto la situazione si fa cos? bella che lui dimentica l’asticella. ? ormai a un palmo dalla sua brava schizzata quando si accorge che ? sparita.
L’asticella di cera gli ? scivolata dentro. Completamente. Cos? a fondo che non riesce pi? a sentirla neppure tastandoselo. Dal pia?no di sotto sua madre intanto lo chiama per la cena. Vieni gi? im?mediatamente, dice. Il ragazzo della carota e quello della cera so?no persone differenti, ma in effetti conducono esistenze praticamente identiche.
Dopo cena al mio amico cominciano a fare un gran male le bu?della. ? solo cera, si dice, per cui ? convinto che prima o poi gli si scioglier? dentro e riuscir? a pisciarla via. Adesso per? gli fa un gran male la schiena. E anche i reni. Praticamente non riesce a sta?re in piedi.
Mentre il mio amico mi parla al telefono, sento in sottofondo campanelli che suonano, gente che grida. Sembra un telequiz.
I raggi X rivelano la verit?, mostrando all’interno della sua ve?scica un oggetto lungo e sottile ripiegato. E quell’aggeggio a for?ma di V dentro di lui sta raccogliendo tutti i minerali contenuti nella sua piscia. Sta diventando sempre pi? grosso e irregolare e, ricoperto del suo bravo strato di cristalli di calcio, sbatacchia qua e l? lacerandogli le delicate pareti della vescica e impedendo alla piscia di uscire. Ha i reni praticamente intasati. Il poco che gli esce dal cazzo ? striato di sangue.
E quel mio amico, di fronte alla famiglia al completo intenta a osservare assieme al dottore e all’infermiera la lastra solcata dalla V bianca della cera, be’, a quel punto deve dire la verit?. Il modo in cui si arrazzano gli arabi. E quello che gli ha raccontato il fratel?lo maggiore arruolato in Marina. Ed ? a questo punto, al telefono, che comincia a piangere.
L’operazione alla vescica gliel’hanno pagata con i risparmi de?stinati al college. Per uno stupido errore, addio alla carriera da avvocato.
Ficcarsi qualcosa dentro. Ficcarsi dentro a qualcosa. Una can?dela su per il cazzo o la testa dentro un cappio, sono comunque guai grossi, lo sapevamo.
A mettere nei guai me ? stata quella che chiamavo la Pesca del?le Perle.
Che poi voleva dire farmi una sega sott’acqua, seduto sul fon?do della piscina dei miei.
Dopo aver dato un bel respiro, scalciavo fino a toccare il fondo e mi levavo il costume da bagno. Me ne stavo seduto l? per due, tre, anche quattro minuti.
A furia di seghe, peraltro, mi era venuta una capacit? polmona?re pazzesca. Se avessi avuto la casa a mia disposizione sarei anda?to avanti per tutto il pomeriggio. Quando poi avevo schizzato fuori la mia roba, lo sperma se ne restava l?, sospeso in grandi glo?buli grassocci e lattiginosi.
Poi seguivano altre immersioni per acchiappare il tutto, racco?glierlo e spalmarlo ben bene in un asciugamano. Per questo si chiamava la Pesca delle Perle. Nonostante tutto quel cloro, a preoccuparmi era mia sorella. Oppure, Dio Onnipotente, mia mamma.
La mia peggior paura al mondo era questa: la mia sorellina vergi?ne adolescente che in un primo momento pensa di stare semplice?mente ingrassando e poi d? alla luce un ritardato a due teste. E tutte e due le teste sono uguali identiche a me. Me, il padre. E lo zio.
Alla fin fine, per?, a metterti nei guai non sono mai le cose che ti preoccupano.
La parte migliore della Pesca delle Perle era il foro d’aspirazio?ne per il filtro della piscina e per la pompa della circolazione. Il massimo era starci seduti sopra nudi.
Come direbbero i francesi: a chi non piace farsi poppare le chiappe?
Per?, per?. Un momento sei solo un ragazzino arrapato e l’i?stante dopo puoi dire addio alla tua carriera di avvocato.
Un momento sono seduto sul fondo della piscina e il cielo so?pra i due metri e mezzo d’acqua fluttua azzurro chiaro sulla mia testa. Il mondo ? silenzioso, se si eccettua il battito cardiaco nelle mie orecchie. Per sicurezza, tengo annodato al collo il mio costu?me da bagno a righe gialle, nel caso che sbuchi fuori un amico, un vicino, o chiss? chi a chiedermi perch? ho saltato l’allenamento di football. Il risucchio costante del buco di aspirazione della piscina mi titilla e abbandono voluttuosamente il mio scarno, pallido cu?lo a quella sensazione.
Un momento ho abbastanza aria in corpo e l’uccello in mano. I miei sono al lavoro e mia sorella ? a danza. A casa non dovrebbe esserci nessuno per ore.
La mano mi porta al limite estremo, ma mi fermo. Riemergo per prendere un bel respiro. Mi tuffo e mi riaccomodo sul fondo.
E poi ancora e ancora.
Dev’essere per questo che alle ragazze piace quando ti si siedo?no in faccia. Il risucchio ? come fare una cagata che non finisce mai. Con l’uccello bello duro e le chiappe risucchiate, non ho bi?sogno d’aria. Col battito cardiaco che rimbomba nelle orecchie, me ne resto sotto fin quando tante stelline luccicanti non comin?ciano a insinuarmisi negli occhi.
Le gambe stese davanti a me, il retro delle ginocchia che gratta contro il fondo di cemento. I piedi mi stanno diventando blu, le dita delle mani e dei piedi sono tutte raggrinzite per l’immersione prolungata.
Ed ? proprio a quel punto che mi lasci? andare. I grossi sputac?chi bianchi cominciano a schizzare. Le perle.
Ed ? a proprio quel punto che ho bisogno di un po’ d’aria. Per?, quando cerco di darmi la spinta contro il fondo, non ce la faccio. Non riesco a puntare i piedi sotto di me. Il culo mi ? rimasto attac?cato.
Il personale del pronto soccorso potr? confermarvi che ogni an?no circa 150 persone restano incastrate in questo modo, risucchia?te dalla pompa della circolazione. A restare incastrati sono i capel?li, o il culo, e finisci annegato. Ogni anno succede a un sacco di gente. Per lo pi? in Florida.
La gente semplicemente non ne parla. Nemmeno i francesi par?lano proprio di TUTTO.
Tiro su un ginocchio e infilo un piede sotto di me, e sono quasi riuscito a mettermi dritto quando sento qualcosa strattonarmi le chiappe. Insinuo a fatica anche l’altro piede, e mi do la spinta con?tro il fondo. Riesco a pinnare liberamente, non tocco pi? il cemen?to; ma non riesco ad arrivare in superficie.
Continuo a dibattermi, dimeno le braccia. Sono grosso modo a met? strada ma non riesco assolutamente a salire pi? su. Il battito cardiaco nella testa mi si fa sempre pi? forte e veloce.
Bagliori scintillanti di luce mi attraversano frenetici gli occhi, mi giro e guardo sotto di me. E quello che vedo non ha senso. C’? un grosso cordone, una specie di serpente bianco-azzurrognolo solcato da vene, apparentemente sbucato fuori dallo scarico della piscina, che mi trattiene per le chiappe. Alcune di quelle vene per?dono sangue, sangue rosso che per? sott’acqua sembra nero e fuoriesce da piccole lacerazioni nella pelle bianchiccia del serpen?te. Il sangue si allontana e scompare nell’acqua, e dentro alla sotti?le pelle bianca-azzurrognola del serpente sono visibili dei bocconi di un pasto semidigerito.
Unica spiegazione sensata: un qualche orribile mostro, un ser?pente marino, un essere che non ha mai visto la luce del giorno, se ne stava nascosto sul fondale scuro della piscina, in attesa di di?vorarmi.
Cos?… Comincio a prendere a calci la sua pelle viscida e gom?mosa, attraversata da vene, e mi sembra che continui a uscire dal?lo scarico della piscina. Ora ? lungo pi? o meno quanto la mia gamba, ma mi ? ancora attaccato al buco del culo. Un altro calcio e sono qualche centimetro pi? vicino a prendere un altro respiro. Sempre con il serpentone appeso al culo, sono un po’ pi? vicino alla fuga.
Dentro al serpente sono visibili grumi di mais e di noccioline. Anche una pastiglia oblunga di un arancione vivace. Identica al genere di pillole vitaminiche da cavalli che pap? mi fa prendere per aiutarmi a mettere su peso. Per ottenere una borsa di studio per meriti sportivi. Sono addizionate di ferro e di acidi grassi omega tre.
? la vista del pillolone di vitamine che mi salva la vita.
Perch? quello non ? un serpente. ? il mio intestino crasso, il mio colon che penzola fuori di me. Ho avuto quello che i dottori chiamano un prolasso. Quelle sono le mie budella aspirate dallo scarico.
Gli infermieri potranno dirvi che la pompa di una piscina aspi?ra 300 litri d’acqua al minuto. Questo significa una pressione di circa 200 chili. Il problema con la “P” maiuscola ? che noi esseri umani siamo tutti legati insieme. Il culo, in fondo, non ? altro che l’estremit? opposta della bocca. Se mi lascio andare, la pompa continuer? funzionare srotolandomi le mie interiora fino a pren?dermi la lingua. Immaginate di fare una cagata da 200 kg, e capi?rete il genere di sottosopra.
Quel che posso dirvi ? che non si sente pi? di tanto dolore alle viscere. Non allo stesso modo in cui si sente sulla pelle. La roba in digestione i dottori la chiamano materia fecale. In alto invece c’? il chino, sacche di una sottile massa schifosa e semiliquida costella?ta di mais, noccioline e pisellini verdi.
Intorno a me fluttua un gran minestrone di sangue, mais, mer?da, sperma e noccioline. Anche se ho le viscere che mi si stanno srotolando fuori dal culo, e cerco disperatamente di tenermi stret?to quello che ne resta, anche allora il mio primo desiderio ? di tro?vare il modo di rimettermi il costume.
Dio non voglia che i miei mi vedano l’uccello.
Con una mano perci? mi tengo un pugno stretto attorno al cu?lo, con l’altra afferro il mio costume a righe gialle e me lo sfilo dal collo. Rimetterselo, per?, ? impossibile.
Se avete la curiosit? di sentire com’? il vostro intestino, com?pratevi una scatola di quei preservativi di pelle d’agnello. Tirate?ne fuori uno e srotolatelo. Riempitelo di burro d’arachidi. Cospar?getelo di vaselina e tenetelo sott’acqua. A quel punto provate a strapparlo. Lo troverete resistentissimo e gommoso. E talmente viscido da non riuscire ad afferrarlo.
Un preservativo di pelle d’agnello in fondo non ? altro che inte?stino.
Ecco, ora avete un’idea di quello con cui ho a che fare.
Molli un secondo e sei sbudellato.
Nuoti verso la superficie per respirare, e sei sbudellato.
Non nuoti e sei affogato.
Si tratta di scegliere tra essere morto ora o esserlo tra un minu?to a partire da ora.
Quello che i miei troveranno, di ritorno dal lavoro, sar? un grosso feto nudo, rannicchiato su se stesso, fluttuante nell’ac?qua torbida della loro piscina, legato al fondo da uno spesso cordone di vene e di viscere aggrovigliate. L’esatto opposto di un ragazzo che muore impiccato mentre si sta facendo una sega. Questo ? il piccino che hanno portato a casa dall’ospedale tredici anni fa.
Il ragazzino che speravano ottenesse una borsa di studio per il football e una laurea. Quello che si sarebbe preso cura di loro du?rante la vecchiaia. Ecco qua il loro mondo di sogni e di speranze. Se ne sta l? a galleggiare, nudo e morto. E intorno a lui, grosse per?le lattiginose di sperma.
O forse invece i miei mi troveranno avvolto in un asciugamano zuppo di sangue, stramazzato a met? strada tra la piscina e il te?lefono della cucina, con brandelli di viscere laceri e sfilacciati che ancora penzolano fuori dalla gamba del mio costume da bagno a righe gialle.
Una roba di cui persino i francesi eviteranno di parlare.
Quel fratello maggiore del mio amico nella Marina ci ha inse?gnato un’altra bella frase. Una frase russa. Noi diciamo: ?Ho biso?gno di questa cosa come di un buco in testa…? e i russi dicono: ?Ho bisogno di questa cosa come di un buco del culo coi denti…?.
Mnye etoh nadoh kahk zoobee v zadnetze.
Come quelle storie sugli animali presi in trappola che si strap?pano a morsi le zampe; be’, il primo coyote che passa vi confer?mer? che tra darsi un paio di morsi ed essere morti stecchiti pro?prio non c’? confronto.
Cavolo… anche se siete russi, un giorno o l’altro potrebbe acca?denti di desiderarli, quei denti.
Altrimenti ecco quello che dovete fare: dovete come torcervi, agganciare un gomito dietro al ginocchio e tirare la gamba il pi? possibile verso la faccia. Poi cominciate a mordere e dilaniare il vostro stesso culo. Sapete, siete a corto d’aria e quindi disposti a masticare per bene qualsiasi cosa vi faccia arrivare al prossimo re?spiro.
Certo, non ? il genere di cosa che ti senti di raccontare a una ra?gazza al primo appuntamento. Soprattutto se aspiri a un bel bacio della buonanotte.
Se vi dicessi che sapore aveva vi garantisco che neanche morti mangereste pi? calamari.
? difficile dire da cosa rimasero maggiormente orripilati i miei genitori: dal modo in cui mi ero ficcato in quel guaio o dal modo in cui mi ero salvato. Dopo l’ospedale la mamma mi disse: ?Non sapevi quello che stavi facendo, tesoro. Eri sotto choc?. E cos? ha imparato a cucinare le uova in camicia.
E tutta la gente disgustata o mossa a compassione nei miei con?fronti…
Ho bisogno di loro per davvero come di un buco del culo coi denti.
Adesso mi dicono sempre che sembro troppo pelle e ossa. La gente a cena assume un’aria quietamente incazzata quando non mangio il pasticcio di carne amorevolmente cucinato. Ma a me il pasticcio di carne mi ammazza.
Come il prosciutto affumicato. Qualsiasi cosa che se ne stia a bighellonare per le mie viscere per pi? di un paio d’ore ne fuo?riesce ancora sotto forma di cibo. Fagioli caserecci, tranci di ton?no, quando mi alzo dal gabinetto, li trovo l? ancora interi a gal?leggiare.
Del resto, dopo una resezione intestinale non ? che digerisci la carne cos? bene. Come la maggior parte della gente avete un me?tro e mezzo di intestino crasso. Io mi ritengo fortunato ad avere ancora i miei bravi 15 centimetri. Per concludere, non ho mai avu?to una borsa di studio per il football. Non mi sono mai laureato. Entrambi i miei amici, il ragazzo della cera e il ragazzo della caro?ta, sono cresciuti, sono diventati grandi, ma io non ho mai pesato un etto pi? di quanto non pesassi quel giorno a tredici anni.
Un altro grosso problema ? stato che i miei avevano pagato un sacco di soldi per quella piscina. Alla fine pap? ha detto al tizio della piscina che era stato un cane. Il cane di famiglia era cascato dentro ed era annegato e il suo cadavere era stato risucchiato dal?la pompa. Anche quando il tizio della piscina ha spaccato il filtro per aprirlo e ne ha pescato fuori un tubo gommoso, un gomitolo acquoso di intestino contenente ancora una grossa pillola vitami?nica arancione, pap? ha tagliato corto: ?Quel cazzo di un cane era proprio fuori di testa?.
Dalla finestra di camera mia, al piano di sopra, si sentiva pap? che diceva: ?Quel cane non lo potevi lasciare da solo un secon?do…?.
Poi a mia sorella non sono pi? venute le mestruazioni.
Nemmeno dopo avere cambiato l’acqua della piscina, dopo avere venduto la casa ed esserci trasferiti in un altro Stato, nemmeno dopo l’aborto di mia sorella i miei hanno fatto pi? cenno a questa storia.
Mai.
Quella ? la nostra carota invisibile.
Voi. Adesso potete fare un bel respiro profondo.
Io non l’ho ancora fatto.

7 commenti

  • Mah…

    Francesco — 6/11/2005 #

  • Pu? parlare liberamente.

    Qbic — 6/11/2005 #

  • Scompisciato dal ridere :D

    Prome — 6/11/2005 #

  • Assolutamente geniale…

    rebelot — 7/11/2005 #

  • Non voglio dire che la storia non sia lollosa o altra, correttamente espressa, ma non mi prende piu’ di tanto. Anzi, non trovo questo brano di grande interesse

    Francesco — 8/11/2005 #

  • Evidentemente hai una sensibilit? pari a quella di una radiosveglia, o forse pi? semplicemente non sei riuscito a cogliere il significato che c’? dietro il fatto esilarante.

    (Palahniuk a questo proposito sembra Pirandello, ogni cosa che inserisce ha una determinata interpretazione.)

    Qbic — 8/11/2005 #

  • dai per?, nonostante lo schifo (nzomma dai.. non nuoter? mai pi? vicino ad un aspiratore, anceh con la retina… e nn mi far? mai le seghe in piscina.. nn si sa mai :|) cmq, il concetto della carota nascosta mi sembra abbastanza profondo.. probabilmente riusciresti a dire al tuo migliore amico che ti fai le seghe con qualcosa nel didietro, ma non riuscirai mai a dire a tua madre che quella carota che usi per il tuo didietro ti ? rimasta infilata su per il culo…
    personalmente preferirei davvero impiccarmi ._. fortuna che provo ancora attrazione per la figa e mi piace ancora farmi le seghe cos? come se le fanno tutti i santi cristiani, insomma come dio comanda XD

    falkar — 9/11/2005 #

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